Parlaci un po’ di te: di cosa ti occupi e qual è stato il percorso formativo e professionale?

 

Il mio percorso formativo è stato abbastanza particolare. Inizialmente mi sono iscritto a Ingegneria Edile ma dopo aver dato diversi esami ho capito che quella non era la mia strada. Volevo diventare un giornalista e allora ho ricominciato da capo. Mi sono laureato in Scienze Umanistiche per la Comunicazione con una tesi sul data journalism e da lì è partito tutto. 

Durante la tesi ho conosciuto i professionisti che poi hanno segnato il mio percorso: i giornalisti Andrea Gianotti e Luca Tremolada del Sole 24Ore con cui ho iniziato a collaborare e poco dopo Emanuele Farotti che mi ha convinto a unirmi al team di The Information Lab, iniziando così un percorso da esperto Tableau e consulente. Così oggi faccio sia il data journalist sia il consulente e coniugo analisi di business e collaborazioni editoriali. Alla fine la missione è sempre la stessa: trovare storie interessanti tra montagne di dati e portarle alla luce.

 

Cosa ti ha avvicinato ai dati?

 

Sono sempre stato diviso tra la parte di me più umanista e quella più appassionata di tecnologia. Continuo a esserlo. Il data journalism ha rappresentato il punto d’incontro. L’analisi dei dati mi ha sempre appassionato. Alcune delle più grandi inchieste giornalistiche sono partite proprio da lì. Pensiamo ai War Logs con cui il The Guardian ha raccontato la guerra in Afghanistan e Iraq, ma anche ai Panama Papers. Mi sono appassionato a questa modalità nuova di fare inchiesta: maneggiare dati e cercare di rappresentarli graficamente. Un mondo affascinante che consente di coniugare diverse modalità comunicative, dal testo alla grafica.

Recentemente sei diventato il primo italiano ad ottenere la certificazione di Tableau Zen Master: cosa significa questo per te e quale lo sforzo dietro questo risultato?

 

Quando ho iniziato a lavorare con Tableau vedevo data visualization bellissime, che credevo impossibili da ricreare. Molte erano realizzate da Zen Masters, ossia i top esperti a livello mondiale di Tableau, ma in generale di data visualization. Il massimo a cui aspirare in quando si tratta di una comunità che raccoglie i migliori professionisti che vengono nominati dalla stessa community in base alla loro conoscenza della piattaforma, alle loro doti di leadership e per la loro voglia e capacità di collaborare. Per crescere bisogna sempre guardare i migliori, imparare da loro e cercare di raggiungerli. È quello che ho cercato di fare in questi anni con impegno e un bel po’ di sacrifici per il tempo dedicato. Essere oggi uno Zen Master è una grande soddisfazione, essere il primo italiano ancora di più. Per me rappresenta comunque un nuovo punto di partenza. Ho ancora tanto da imparare sia come consulente che come giornalista. Ma per fortuna vicino a me ci sono le persone giuste da cui continuare ad apprendere.

 

Con la pandemia ci siamo un po’ tutti appassionati ai numeri e la Data Visualization è salita alla ribalta come strumento prediletto dai media dai lettori per seguire l’andamento delle infezioni. Quali pensi potranno essere le sfide e le potenzialità future in questo ambito?

 


I numeri sono sempre stati usati per raccontare la realtà. Oggi si sta sviluppando una maggiore consapevolezza in quanto toccano tutti da vicino. Una volta la difficoltà era reperire i dati, oggi abbiamo grandi moli di informazioni, anche in tempo reale e la criticità è diventata l’elaborazione. Per questo anche la figura del giornalista ha bisogno di nuove capacità come quella di poter sfruttare gli investimenti fatti in ambito business aggiungendo alle proprie competenze qualche tool per l’analisi del dato.

 

Da qualche anno ormai si parla di data scientist come la professione del futuro, ossia una figura che mette insieme competenze di business con competenze tecnologiche. Che caratteristiche personali deve avere un data scientist?



Bisogna essere testardi, ambiziosi e affamati di conoscenza, quindi estremamente curiosi. Questa figura del data scientist sta cercando una sua identità e collocazione. Più che conoscere tutto un Data Scientist deve saper cooperare col business come con l’IT, ma non può comunque coprire tutto il processo di sviluppo di una soluzione o applicazione di Data Science. Piuttosto credo nei team di Data Science, in cui siano presenti figure che si complementano. 

 

Nelle graduatorie internazionali il nostro Paese è sempre agli ultimi posti quando si parla di digitale, cosa non funziona e cosa andrebbe cambiato dal tuo punto di vista?

 

Il quadro fornitoci dall’ultima edizione dell’indice europeo DESI è desolante. Anche l’ultimo rapporto annuale Istat ha fotografato un’Italia con un importante divario digitale, geograficamente diffuso e a macchia di leopardo. Aumenta il gap tra cittadini che possiamo chiamare “inclusi” ed “esclusi” digitali. Il deficit è tecnologico ma non solo. È una questione sociale, culturale e economica, perché la mancanza di reti a banda larga ultra veloci che garantiscano una connessione efficiente a Internet e il ritardo culturale legato al basso livello di competenze digitali, incidono in maniera molto grave sulla vita delle persone. Partirei dal semplice: investire per migliorare le infrastrutture. Ma abbiamo bisogno anche di un cambio culturale che parta dai percorsi formativi nelle nostre scuole e università.

 

Cosa ti senti di consigliare ai giovani ragazzi che vorrebbero intraprendere una carriera simile alla tua / nel digitale?

 

Il consiglio più banale. Cercare qualcosa che li appassiona perché è la vera differenza tra un buon professionista e un professionista con qualcosa in più. La passione ci spinge a migliorare ogni giorno, a lavorare senza sentire la fatica. Anzi, meglio non farsi illusioni. La fatica arriverà ma la voglia di migliorarsi ci aiuta a superarla.

 

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